Piero Simoni

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Racconti 

 

 

Immagine lugubre

Il cappello (raccolta di racconti)

Scrivano

La bottega

L'orologiaio di Corso Mazzini

Il cappello

Le parole non servono

Il caffé

 

 


 

 

 

Immagine lugubre

 

( Menzione d'onore al concorso internazionale A.L.I.A.S. 2011)

pubblicato nell'antologia "Alle radici dell'essere"

 

 

 

 

A.L.I.A.S. EDITRICE - ottobre 2011 - ISBN 978-0-9803044-5-9
a cura di Giovanna Li Volti Guzzardi
giovanna@alias.org.au
www.alias.org.au 
29 Ridley Avenue - Avondale Heights 3034
Melbourne - Victoria - Australia


Immagine lugubre

 

Al mattino di uno di questi giorni, con l'aria stranamente mite visto che siamo verso la fine di novembre, vedo sul marciapiede venirmi incontro, non certo per parlarmi, ma solo perché come me stava camminando per la sua strada, un tipo che di vista conosco, anzi in passato conoscevo bene per la comune frequentazione dei nostri figli alle scuole elementari. Ha quasi la mia età, se non ricordo male è dello stesso mio anno di nascita, fra me e lui ci corrono solo dei mesi, non ricordo a favore di chi. Mi viene incontro sul marciapiede in una delle vie traverse vicino alla casa dove abito, siamo tutti e due pensionati: quasi camuffato, con gli occhiali scuri, anche se il sole non è poi tanto, il cappello a visiera di stoffa incassato, il passo incerto, tutta l'aria che ha è di anziano, di chi si è assuefatto alla sua condizione di pensionato, come una ineluttabile condanna; somigliante ad un barbone, di quelli che si lasciano andare, che sono ai margini della società e vivono sotto i ponti, e in effetti ha la barba bianca con striature nere, piuttosto lunga, trascurata; il soprabito un po' sdrucito, grigio o scuro, passato a dir la verità, con le mani in tasca di nessuna competenza, non fa così freddo, ma non ha nulla da tenere in mano, neppure un giornale, il quale gli avrebbe dato un certo interesse agli eventi contemporanei quotidiani, che lui certo non ha. quell'aria da povero, da frustrato messo all'angolo, molto più vecchio del suo reale tempo. in effetti non ha molti anni, come me del resto, da poco sono andato in pensione, per anzianità di servizio, non per vecchiaia. Lo guardo, sempre più ingrandito nella figura che si avvicina, sempre più visibile, sentendo un turbamento crescente dentro di  me; che io sia come lui, che io faccia agli occhi degli altri, visto che ho la stessa età, la stessa figura? Peggio ancora, al di là della figura, che proprio non conta niente, per me non ha importanza, dentro, nell'animo, nella psicologia sono come lui? Questo mi terrorizza, mi spaventa, anch'io sono un morto che cammina, come in giro se ne vedono tanti, gente che alla soglia di una certa età non ha più nulla da chiedere alla vita, non ha più slanci, creatività, sogni? io, per l'amor di Dio non sono così, io ho voglia di vivere, mi interesso di molte cose, soprattutto ho ancora molto da fare, anche se, qualche sentore, qualche avvertimento di vulnerabilità, di precarietà, di situazione diversa, non più riconducibile al passato, nel mio corpo l'ho avvertita: basta pensare alla vista abbassata, ai capelli persi, alla forza muscolare diminuita, alle dolenzie ossee, a una certa mancanza di adesione ai coinvolgimenti più diffusi che, sotto il profilo  mentale, mi fanno essere forse di un altro tempo, non più in linea con il presente, né tantomeno al futuro, come: i cellulari, il computer, che proprio non accetto. Non vorrei essere così, qualcosa in me si ribella, sono certo di non essere così; mentre ora ci sfioriamo e mi saluta sfuggente, come fosse di corsa, di passaggio, quasi a non volersi far vedere, senza nessuna voglia di parlare, di confrontarsi. Anch'io non voglio parlare, soprattutto voglio mettere bene la distanza fra me e lui, voglio che ci sia una netta separazione fisica, e, rispondendo al saluto brevemente, dò a vedere di aver altrettanta fretta, nel caso ci fosse stato mai il tentativo, da parte sua, di fermarsi a parlare; il suo è uno sguardo, un atteggiamento di chi non vuol farsi vedere, temendo di essere, nei confronti non solo miei, ma di tutti, in inferiorità. Allungo il passo per distanziare quell'immagine fosca, lugubre, per sentirmi più energico, differente dal suo camminamento che appare più un vagolare, uno sbandare. Mi prefiggo di mantenere il passo veloce fino alla mia destinazione, l'ufficio postale che si trova in centro, e così anche al ritorno, in modo che mi serva da movimento, quasi di allenamento; una pratica che cerco di svolgere ogni giorno, con ogni pretesto di commissioni familiari, per mantenere un minimo di tono fisico visto che, a detta dei medici, basta camminare un'ora al giorno per stare in salute; cerco anche di impegnarmi nelle vicende della casa in modo da non essere mantenuto, svolgendo alcuni incarichi prevalentemente di manutenzione, riparando ciò che mi è possibile, per i miei trascorsi industriali. Ripenso agli impegni giornalieri, a quegli interessi che vado maturando e che porto avanti, mi prefiggo allora di rinsaldare certe amicizie, soprattutto sella pesca, che mi fanno sentire uno del gruppo nel circolo degli amatori, aggiornato sulle vicende della politica nazionale, dello sport, loro argomentazioni preferite, impegnato su ogni tipo di lenza, di rete, di vento e di marea per le uscite in barca, avendo una piccola imbarcazione a motore in uno spazio garantito per l'ancoraggio lungo i fossi della nostra città, un fondo in comune per l'attrezzatura peschiera, il tutto con un minimo di spesa di cui ne vale certo la pena per la gratificazione ricevuta. vi è poi il mare, che nei miei pensieri, in questo allontanamento da quell'immagine di me sul marciapiede specchiantesi, da quella brutta proiezione nel futuro, ha il profumo di salmastro, ha l'azzurro del cielo riflesso che colora anche i miei giorni a venire, con la profondità che nasconde vicina e all'orizzonte, come un mistero e un sogno ancora possibile.


27 novembre 2009

 

 

 

FINE PUBBLICAZIONE  Immagine lugubre                                                                            Inizio

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il cappello (raccolta di racconti)

racconti di Piero Simoni

 

 

 

Collana Zona Contemporanea

Editrice Zona 2011 - ISBN 978-88-6438-194-7

via dei Boschi 244/4 loc. Pieve al Toppo

52041 Civitella in Val di Chiana - Arezzo

tel/fax 0575.411049

www.editricezona.it - info@editricezona.it

 

 

 

 

 

Nota dell'autore:

Nella lettura si incontrano descrizioni in prima persona, costruzioni di personaggi riconducibili alla voce narrante. Non significa però che siano autentiche, autobiografiche, anche se dalla vita quotidiana ho preso più di uno spunto. Quello che risulta anche vissuto, in ogni caso, è stato presenziato più con il corpo che non  la mente, per la naturale difficoltà che si ha di cogliere in un evento della vita, tutte le sue implicazioni; solo dopo, a distanza di anni, le ho percepite nella loro interezza, caricandole di nuove figurazioni, distanziandole da un discorso puramente memoriale, sino a diventare "l'immaginazione" verità, la sola forse che conti veramente.

p.s.

 

 

 

Motivazione della giuria del Premio "L'incontro", narrativa, 2010, XV edizione, Golden Press

(diploma di merito)

 

"Raccolta di prose intrise di lirismo, che intrecciano memorie anche minimali, percorsi di esistenza e figure appena accennate, trasfuse nel ricordo, belle di una vaghezza che sa di tempo, di presenza interiore, di gioielli personali custoditi con cura, nel cuore, per decenni. Raramente indulgente alla narrativa, l'opera è carica di una passione sussurrata, non meno forte di quanto sia discreta la sua emersione di fronte all'evocazione di oggetti, luoghi, momenti e persone."


25 settembre 2010

 

 

 


e-mail di Fabrizio Cuneo a Piero Simoni del 18 maggio 2011

 

Caro, carissimo Piero,

Non mi hai ingannato nemmeno per un momento. Ho letto, alle tre di mattina, combattendo un incipiente raffreddore, qualcuno dei racconti che fanno parte dell'ultima tua opera che mi hai regalato, "il cappello", appunto.

Ho ritrovato, racconto dopo racconto, quel poeta che conosco ormai da tempo e che, anche questa volta, non mi ha deluso per nulla!

ti confesso che, ammiratore devoto della tua poesia che conosco bene e apprezzo profondamente per l'onestà intellettuale e l'umanità che la contraddistingue, ho avuto quasi paura nel prendere dalle tue mani questo ultimo dono. Ho temuto che anche tu potessi essere stato preso  da questa sorta di malattia collettiva per cui ormai tutti scrivono, tutti pare abbiano qualcosa da dire, tutti abbiano qualche messaggio da mandare, non si sa bene a chi, in questo mondo di frettolosi disattenti divoratori di vita. No, mi sono subito accorto che sei ancora tu, fortunatamente del tutto presente nella tua integrità, sospeso dal suolo mentre osservi il terreno pieno di umane semplici miserie quotidiane che ti scorre sotto nel tuo volo. Grazie. Come sempre, di tutto! Grazie per quei vari Franco o Umberto dietro ai quali mi piace pensare si nasconda il mio amico Piero. Grazie per non avere nemmeno per un istante abbandonato la poesia. Ti ho ritrovato puntualmente  nei quadretti rapidi e sapidi, negli spaccati di vita quotidiana, nel ricordo sempre dolce di tua madre, nei tuoi sguardi stupiti da bambino e nelle semplici oneste paure dell'adulto che si sente piccolo di fronte alla vita. Ho ritrovato nel cane Buck la stessa vibrazione che mi ha dato il tuo saluto poetico al tuo cane nero, amico di lunghi anni che hai salutato per l'ultima volta nel corridoio, prima di dirgli addio e mi sono commosso per quel bambino che per correre verso il camion di latta rossa lascia per strada le sue seme. Questo mi ha fatto pensare che anche noi, nella vita di tutti i giorni abbandoniamo le semplici cose preziose che abbiamo per irraggiungibili  miraggi che ci abbagliano e ci illudono.

Ora mi accingo a continuare la lettura e farò probabilmente l'alba con le tue parole. Spero però di non finire il libro per poterlo ritrovare domani sera con un altro scampolo della tua "poesia in prosa", per ancora qualche tempo di onesta commozione.

Grazie, ancora, di tutto.

Fabrizio

 

 

 

 

e-mail di Maria Mazzarino a Piero Simoni del 3 giugno 2011 (00:46)

 

Caro Piero, a quest'ora della sera mi piace l'idea di mandarti un pensiero che da diversi giorni mi occupa a proposito del tuo libro "Il cappello".

Ha ragione il tuo amico Fabrizio che ti scrive delle parole belle e profondamente vere. Il tuo libro di piccoli racconti, notazioni, memorie e intimi pensieri è molto bello. Tu scrivi in prosa con la stessa fluidità con cui componi i tuoi versi, con la  medesima carica emotiva, ma anche con una compiuta facilità e talvolta con una vena di garbata ironia. Scrivi di cose e di persone che in pochi tratti rappresenti perfettamente, di situazioni comuni a cui sai conferire uno speciale colore e dici pensieri che "fanno compagnia". Il tuo libro fa appunto compagnia, non per il breve momento della lettura, ma perché, dopo aver letto alcuni racconti, così tu li chiami, rimane in me una eco del tuo dire, una eco che richiama memorie della mia vita e determina uno stato di gradito abbandono all'intimità dei nuovi pensieri su cose passate o su momenti presenti vissuti magari troppo in fretta.

E' davvero una bella raccolta di tante cose, una raccolta che hai saputo licenziare ed offrire con semplicità e sapienza. E ancora una cosa voglio dirti: quella giovinezza che richiami in tante pagine e che caratterizza anche lo stile del tuo raccontare, è sempre nei tuoi scritti che, nonostante il libro raccolga brani che vanno dal 1978 al 2010, non presenta mai stacchi o cesure, quasi che mai vi sia stata in te un'interruzione nella vena narrativa e nella creatività. Ne riparleremo insieme se vuoi. Un caro saluto. Maria



 


 

Salone del Libro di Torino ( 12 - 16 maggio 2011)

 

 

 

 

 


Piero Simoni con Piero Cademartori e Silvia Tessitore (Editrice Zona)

 

 

 

 

SFOGLIA IL TRAILER - IL CAPPELLO


http://www.zonacontemporanea.it/ilcappello.htm

 

 

FINE PUBBLICAZIONE  Il cappello                                                                               Inizio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scrivano

pubblicato nell'antologia 2010, "autori della cesare viviani"

 

 

 

 

 

Tesseratto Editore - ottobre 2010 - ISBN 978-1-4461-2149-8

stampato a Séville (E)dalla Lulu.com

 

 

 

 

 

Il Nuovo Corriere (Lucca)    10 novembre 2010

 

 

 

 


IL TIRRENO Edizione di Lucca 17 novembre 2010

 

 

 

Scrivano

 

Da quando era giovinetto Giosué sentiva che avrebbe scritto, che si sarebbe occupato di qualcosa esercitando l'esercizio dello scrivere. Guardava a tal proposito la realtà intorno a sé come se dovesse poi riportarla sulla carta, guardava e non gli sembrava di vivere, ma soltanto di osservare, in ogni contesto in cui si trovava; forse viveva solo quando scriveva. Così aveva cominciato giovanissimo a scrivere ei piccoli racconti, dettati un po' dalla fantasia e, soprattutto, momenti della sua stessa vita, che gli avevano procurato un'emozione. Cominciò a raccontarsi, in modo traslato, ed a raccontare la sua stessa storia, non significante, ma arricchita con il tempo, quando le esperienze  degli anni si sarebbero sommate. Tanto era il suo desiderio di scrivere, quando già era proiettato nel mondo del lavoro con una attività che serviva per la sua sopravvivenza e nulla aveva a che fare con lo scrivere, lavorava infatti da un barbiere e aveva l'ambizione di mettersi prima o poi in proprio, anche se occorreva del tempo per accumulare un certo capitale da riversare nella sua "bottega", tanto era il suo desiderio di scrivere, si diceva, che cominciò a colmare quaderni anche per un diario e addirittura un romanzo, una storia familiare che avrebbe abbracciato varie decade, con risvolti politici nazionali.

Si dava questo impegno dopo l'orario di lavoro, soprattutto la sera dopo cena, e certo non gli pesava, perché era il suo modo di realizzarsi, di riuscire a percepire il mondo, la vita degli altri, che proprio nel salone di parrucchiere gli veniva offerta, per trasferirla nell'inchiostro del suo privato. In fondo Giosuè era soddisfatto, non aveva potuto svolgere un lavoro di sussistenza legato alla scrittura, era riuscito però ad esserne coinvolto, a ricavarne la vera soddisfazione, quella che sentiva ritrovandosi da solo e facendo, per ipotetici lettori, il tribuno. Accumulava nel tempo scritti, blocchi, quaderni che incasellava nella sua libreria, con gli anni sempre più ampia, con mescolanza di libri che amava leggere e dai quali attingeva preziosi suggerimenti per il suo incedere. Distingueva gli scritti giovanili da quelli della maturità, in numero ora piuttosto copioso, avendo cura periodicamente di rileggere gli anni, di metterli a confronto, rimanendo affascinato di rivivere l'atmosfera del tempo, le circostanze in cui erano stati buttati giù, cogliendo un certo rimpianto nel suo animo per il tempo stesso che inesorabilmente se ne era andato.

la sua stanza era colma di carte, riposte un po' dappertutto, sopra le stesse librerie,su scaffali e sui due tavoli che aveva a disposizione: uno adibito alla scrittura, l'altro per tenere sospesi gli ultimi appunti, le scritture, gli stessi libri d'interesse; con il tempo sembrava il ripostiglio di una cartografia, non era possibile immaginare come un soggetto vi si potesse orientare, ma evidentemente a lui andava bene così, visto che non modificava nulla della sua disposizione, anzi, continuava ad accumulare materiale, continuava a scrivere e ad archiviare, come un forsennato, quasi tentasse di strappare al logorio del tempo la sua stessa vita. Scrivendo viveva di nuovo si diceva, ed era proprio così per Giosuè che aveva trovato in questa pratica anche la capacità di sopportare una certa solitudine che gli derivava dall'essere un po' diverso dai suoi amici e coetanei: lui, così straniato e fuori luogo, oltre che fuori tempo.

Gli anni erano passati e della sua "bottega", purtroppo, non ne aveva fatto di niente, non era stato possibile mettersi in proprio. Una crisi generale, che in particolare aveva colpito il suo settore, aveva fatto sì che rinunciasse a questo progetto, dovendosi accontentare di rimanere alle dipendenze, con meno possibilità di guadagno anche se con meno impegno di orario lavorativo.

Ora però era in pensione, poteva disporre di tutto il suo tempo, dedicarsi alle sue carte, continuare la pratica della scrittura ed aumentare i suoi fogli.  Non era una grande pensione la sua, da dipendente artigianale non si fanno faville, ma la libertà era impagabile.

Si era sposato, ma non aveva figli, non perché non li avesse voluti, proprio non erano venuti e, ad un iniziale dispiacere, se ne era fatta una ragione, riversando proprio nella scrittura tutta la sua attenzione e passione.

Sua moglie, donna molto semplice, pareva godere e vivere solo per lui, badando ad accudirlo e ad occuparsene come una madre, una moglie, una sorella, assecondandolo e sostenendolo in ogni sua iniziativa, quasi con devozione, in realtà profondamente innamorata di lui e, bisogna dirlo, sinceramente ricambiata, quasi che la mancanza di figli li avesse stretti in un abbraccio reciproco sostegno: erano una coppia serena, due anime gemelle.

L'esuberanza della sua attività, ora che ne aveva tutto il tempo, aveva portato Giosuè a triplicare, quadruplicare il suo  lavoro di scrittura, nella sua stanza si entrava ora seguendo un percorso fra carte, quaderni, libri, che portava all'uno e all'altro tavolo, vi era anche un tracciato per giungere alla finestra. Non si poteva toccare quasi nulla senza il pericolo di far cadere una pila di materiale, lui stesso, da un pezzo, aveva rinunciato a cercare qualcosa, temendo di sprecare il tempo in una inutile ricerca, temendo di dover rimettere tutto a posto per l'inevitabile smottamento. Non cercava più nulla del suo lavoro passato, si limitava a giungere al tavolo di scrittura per continuare questo suo fare che ora aveva preso un po' il vezzo di una mania. Scriveva di giorno, di sera, di notte, alzandosi quando riteneva gli fosse venuta l'ispirazione, quando qualcosa lo tormentava facendogli perdere il sonno. Un giorno, stranamente, come se fosse venuto il momento, decise di rimettere le mani nel suo archivio, nel suo passato, decise di rileggere come faceva una volta; cominciò così da un angolo della sua stanza, corrispondente ad un certo periodo, leggeva con interesse, con avidità, un altro momento della sua vita da mettere a confronto, rivivere, emozioni su emozioni, carte su carte, ore ed ore, giorni trascorsi nel suo spazio, senza più uscire, preso dall'altalenare del tempo, estraniato dalla realtà quotidiana, dal vivere comune che la televisione puntualmente riportava; rimaneva chiuso nel suo mondo, travolto, sommerso dalle sue stesse carte, una infinità di spessore di vita che ora gli si riversava addosso, colpendolo nella sua psiche, mettendo a rischio il suo equilibrio nervoso. Neanche più lo poteva sostenere sua moglie, che si limitava, ad intervalli cadenzati,  dirgli che il pranzo, la cena erano pronti; Giosuè non sentiva più neppure  il desiderio di mangiare, era diventata questa una cosa scontata, senza appetito, quasi lo disturbava, ed in effetti arrivò anche a non presentarsi più a tavola, facendosi preparare un panino che spesso lasciava incartato sul tavolino. Si nutriva dei suoi stessi scritti, delle sue parole, delle immagini che gli affioravano, delle persone che, già morte, nei suoi racconti faceva rivivere, apparendogli composte in carne ed ossa nella sua stanza, con loro dialogava, argomentando del presente, discutendo anche animatamente; chi lo guardava dall'esterno lo vedeva parlar da solo, con un foglio in mano, un quaderno, come se leggesse, in realtà interloquendo con i personaggi. Una montagna di carte che, sotto il peso psicologico della narrazione, degli episodi concatenati della sua stessa vita, lo schiacciava; di vero, di presente mutevole, c'era solo quella infinità di carte che lo confondevano, lo stordivano, gridandogli che quel tempo era inevitabilmente passato, tutto con ironia gli era sfuggito; pallido, ingannevole il tentativo di riappropriarsene ora, di viverlo insieme alla realtà presente: non c'era più presente, soltanto il vissuto, neanche sufficientemente partecipato, forse solo raccontato. un fiume di parole, un fiume d'inchiostro che ora lo scuoteva, lo sollevava, facendolo sbandare, sbattere in questo o quell'angolo della sua stessa casa, un fiume d'inchiostro che ora se lo portava via, giù per le scale dei piani, annegandolo, con dietro una miriade di inutile carta galleggiante, con lo stupore degli stessi condomini che, a tanto fracasso, fluido sbattimento, incuriositi aprivano la porta, sgranando gli occhi, strozzando in gola una esclamazione, allibiti!

 

27 febbraio 2010

 

 

 

 

 

 

FINE PUBBLICAZIONE  Scrivano                                                                                Inizio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

La bottega

 

( secondo premio di narrativa del concorso internazionale A.L.I.A.S. 2010)

pubblicato nell'antologia "I luoghi della memoria"

 

 

 

 

A.L.I.A.S. EDITRICE - ottobre 2010 - ISBN 978-0-9803044-3-5
a cura di Giovanna Li Volti Guzzardi
giovanna@alias.org.au
www.alias.org.au 
29 Ridley Avenue - Avondale Heights 3034
Melbourne - Victoria - Australia

 

La bottega

 

Vi era in Via Verdi, una traversa di un quartiere della mia città, quando ero giovane, ormai da qualche decennio quell'età purtroppo lontana, un piccolo negozio che vendeva libri usati. Allora certi esercizi commerciali non erano infrequenti, l'usato era ancora riconducibile all'usufrutto, aveva ancora una sua vitalità, oggi si direbbe "riciclato", anche se questa parola presuppone più una scomposizione per una nuova composizione. In altra via ricordo che rilegavano anche libri vecchi e deteriorati; ti tornavano quasi come nuovi, con copertine rinsaldate, quasi un miracolo cartaceo nel vedersi restituito il nostro vecchio libro a nuova vita. C'era anche, a dir la verità, un mercatino ben più famoso in Piazza XX settembre, in cui si vendeva di tutto, in particolare abiti, anch'essi usati; insomma, allora, in generale il mercato dell'usato non era una sorpresa, come lo potrebbe essere oggi, dove è imperante la logica dell'usa  getta, qualcosa che ha valore nell'immediato, ma che presto non conta più niente. Lo vuole il  mercato, per far girare la moneta, lo vogliono i "consumatori"; così si richiamano gli acquirenti, che preferiscono rinnovarsi continuamente.

Il negozio di Via Verdi era oggetto delle mie visite piuttosto frequenti, perché fin da ragazzo ho sentito e coltivato l'amor per i libri, intendendo allora, ma anche oggi la penso così, che ciascuno raccogliesse in sé un qualche segreto, elementi di vita, di mondo, che era bello, quasi essenziale scoprire. Non avevo per la verità molta disponibilità economica, così andavo anche per questa ragione, non potendomi permettere libri nuovi. Sul bancone, in ingresso, una distesa orizzontale di testi, con immagini e titoli che invogliavano la vista, la curiosità. Trovavi poi negli scaffali, in qualche angolo, libri vecchissimi che potevano avere un valore di antichità. Vi passavo del tempo, a cercare, a sfogliare, ne rimanevo incantato, come a respirare un'aria diversa dalla realtà della strada, del tempo quotidiano, anche se l'odore di muffa, di vecchio, era senz'altro incisivo.

Ogni volta ne uscivo con qualche libro a buon prezzo, non senza aver scambiato due parole con il negoziante, un uomo piccolo, molto gentile e umile, quasi sempre avvinazzato; essendo le mie visite nel primo pomeriggio, probabilmente a pranzo, che consumava nel retrobottega, beveva un bicchiere di più, per vincere forse la solitudine. L'ambiente non era molto frequentato, non vi ho quasi mai incontrato nessuno. Vi era un bel libro, questo eccezionalmente nuovo, di Michelangelo, con foto grandi, bellissime, lo sfogliavo e mi piaceva molto, ma non potevo certo comprarlo; lui mi invogliava, finché mi fece delle condizioni rateizzate molto favorevoli e così lo acquistai; è ancora oggi nella mia stanza, un ricordo, data la mia età canuta, ma un testo ancora di assoluto pregio e interesse.

Nelle abitazioni vedi sempre più spesso pochi volumi nuovi, con copertine plastificate, edizioni di serie; l'avvento e l'affermarsi della televisione su tutto il territorio ha portato le persone a lasciare poco spazio alla lettura. Non voglio fare il "bacchettone", non voglio ergermi a paladino della lettura; avrei voluto leggere di più nella mia vita, ma ho dovuto fare i conti con il mondo del lavoro, del calzaturificio, che non mi ha lasciato molto tempo, essendo diventato un cointeressato alla gestione; la vita del resto è "un libro aperto" diceva il mio professore di italiano della scuola tecnica, la vita, è vero, bisogna guardarla, assaporarla, sentirla e interpretarla, solo così si è presenti, partecipi. Nell'accumulo dei libri che, per quella "mania", ho sviluppato nel tempo, ora trovo nella mia stanza un discreto numero di testi, anche se, per via di una selezione, sono diminuiti. Mi sono accorto di preferirne solo di un certo tipo, alcuni autori, calati nel loro periodo storico, naturalmente autori letterari, anche se non mancano libri d'arte. Ho scorporato i libri tecnici della scuola, regalandoli; ho tolto anche i romanzi di avventura, d'amore, della stessa cucina, che appartenevano a mia moglie, facendo in modo che li tenesse in altre librerie, nel salotto, nel corridoio; sono rimasto con i miei "pochi", nei quali mi riconosco e che, essendo molti di essi datati, hanno l'effetto di ricreare quell'emozione che sentivo da ragazzo in quella bottega: storie e momenti del passato che ritornano, che si inseriscono prepotentemente nella realtà del pensiero quotidiano. I libri non sono altro che il pensiero di qualcuno, vissuto in un altro periodo, che ti parla, ti racconta qualcosa, ti svela il suo animo nel suo tempo, ti rende partecipe, regalandoti sensazioni, emozioni, facendoti compagnia, regalando ore sublimi se, ad esempio, riferite alla poesia. I libri sono amici sinceri che ti aspettano, non invadono il tuo territorio, quando li vuoi sono lì, fermi, in aspettativa, poi, dopo averli usati, sviscerati, utilizzati nel presente di ogni nostro giorno, vengono ricomposti e riprendono lo spazio, il canto che avevano, con discrezione, rimanendo lì fin quando si vuole, disponibili a rispondere all'appello, ad aprirsi.

Ora che ho i miei anni, non ho più quello slancio giovanile che mi faceva star fuori a spendere energie anche oltre l'orario di lavoro, preferisco stare nella mia stanza a trascorrere alcune ore guardando, toccando, rimescolando i libri che ho, come fossi in quella bottega: in effetti ci sono edizioni particolari che non si trovano più, testi di case editrici scomparse, autori che non hanno raggiunto la notorietà, avendo messo da parte questo o quel libretto inviatomi da amici e conoscenti. Un mondo di preferenza, di autori, che in gioventù e da adulto si è avvicinato alla mia persona, alla mia anima, che mi ritrovo vicino, mi scalda, mi abbraccia. E se le vicende del giorno, dell'attualità vanno da un'altra parte, se la televisione è imperante e toglie spazio mentale, io entro nella mia "bottega" a rovistar testi, a rileggere autori amati che mi fanno sentire, nella modificazione continua e nello smarrimento dell'identità, presente, presente a me stesso, vivo e attivo. Entro nella mia "bottega" e sono un po' come quell'ometto, anche se non bevo alcool, entro e vivo come lui in un mondo magico, fuori dal tempo, nel mio tempo, ricco di storie e di emozioni che riempiono i giorni e il cuore, lontano dal presente, non in un mondo confezionato, ovattato, ma in un mondo dove ritrovare, fra gli altri, eguale sorte e condizione umana. Sentimenti che diventano miei, scambio immaginario di opinioni con autori del passato, con amici figurati che rendono la mia vita più ricca; volo di energia mentale che ha la stessa forza, la stessa gioia partecipativa di quando, similmente, giovane e meno giovane, dalla città correvo, con la bicicletta, volando sulle colline limitrofe, più vicino al cielo.

Cambia il costume sociale, cambiano i tempi, oggi le automobili rispetto ai cavalli di una volta, ma l'uomo è sempre quello, sempre è legato alla natura, sempre deve fare i conti con la vita e la morte, e nei libri, specie in quelli di letteratura, in autori che di questa disciplina hanno fatto la base della loro vita, vi è il pensiero dell'uomo, il prezioso flusso vitale che si trasmette di generazione in generazione ed è la testimonianza del nostro passaggio nel tempo universale.

 

20 gennaio 2010

 

 

 

 

 

LA NAZIONE - 31 ottobre 2010 (Livorno)

 

 

 


 

IL CENTRO novembre 2010 (Livorno)

 

 

 

FINE PUBBLICAZIONE  La bottega                                                                                Inizio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

L'orologiaio di Corso Mazzini


pubblicato sull'antologia POETI E NOVELLIERI CONTEMPORANEI Edizione 2010

 

 

 

 

Golden Press - ottobre 2010

www.goldenpress.it
info@goldenpress.it

Via Polleri 3 - 16125 Genova

 

Pensiero critico di Alessandro Mancuso

Due prose divertenti e interessanti, quelle presentate da Piero Simoni nella presente antologia. qualcosa a metà tra il racconto a margine e il trattatello gustoso. L'immagine poetica e fulgida di un antico orologiaio che sfida i tempi odierni, apparentemente così avversi alla sua professione, e una lunga disamina ragionata sui cappelli, indumenti più o meno ornamentali, tanto da mettere a diretto contatto la vista immediata con la complessa personalità di chi vi sta sotto. La scelta non è facile e soprattutto non è mai scontata. Se al cappello corrisponde l'individuo, poi, c'è anche spazio per un finale di prosa enigmatico e profondo...

 


 

L'orologiaio di Corso Mazzini
 

 

Vi è in Corso Mazzini un orologiaio che, in tanti anni, sempre lì ho visto. Un piccolo negozio che fra coloro che vendono oggetti di un certo valore, come orologi e apparecchiature sofisticate, risultava modesto: il parente povero. Un uomo ora anziano che bene faceva e fa il suo mestiere, con innata passione, tiene la piccola vetrina sempre chiusa come fosse un'oreficeria ed in effetti qualche orologio di valore c'è anche, d'oro per l'appunto, ma insomma, la preoccupazione sembra un po' eccessiva stante il ridotto materiale e la sua scarsa attività per motivi di età. E' vero che oggi le preoccupazioni ci sono per tutti, figuriamoci per un uomo anziano che manipola oggetti minuti, facilmente trafugabili e smerciabili, che poi sono d'altri.

Corso Mazzini è una via storica della città in cui si incontrano ancora dei piccoli negozi che fanno resistenza al mercato della globalizzazione, costituendo un servizio, una caratteristica del quartiere: così vi sono il macellaio, il tabaccaio, la pizzeria, il giornalaio, l'ufficio postale come agenzia, insomma un po' di tutto che permette ai residenti di non prendere necessariamente l'automobile per andare a fare la spesa in un grande magazzino, oggi quasi tutti concentrati in periferia, con comodi parcheggi e alberelli ornamentali.

Il nostro orologiaio, meriterebbe la cessazione dell'attività, ma non vuole proprio mettersi a riposo: ha inteso il suo spazio come un quartier generale dove rifugiarsi, comandare la sua vita.

Il negozio è piccolo, piuttosto allungato, con un riquadro nella parte iniziale come ingresso e la presenza di un cane di grossa taglia sdraiato su una coperta davanti ad una ciotola, la televisione accesa a fianco della porta d'ingresso, utilizzata quasi fosse una radio, di accompagnamento al lavoro.  Da un po' di tempo ha deciso addirittura di viverci, almeno durante il giorno, facendosi portare il pranzo dalla moglie e con lei consumandolo all'interno, nell'ora meridiana di chiusura. Poi, in verità, riapre soltanto alle cinque, perché suole fare un pisolino, così tira fuori una sdraio e, rimasto solo con il cane, spezza in questo modo la sua giornata lavorativa. Alle sei e mezzo del pomeriggio chiude, ritenendo di aver tenuto sufficientemente aperto il negozio e volendo passare senz'altro la sera a casa in assoluto disimpegno. La scelta di stare in negozio è tutta sua, alla bella età di settantatre anni avrebbe potuto farne a meno, possessore come è di una di una pensione per tirare avanti, ma il negozio è tutta la sua vita, da quella postazione vede il mondo, parla con altri, scambia qualche battuta visto che nel quartiere lo conoscono tutti e un orologio ciascuno, nel tempo, ha avuto modo di ripararlo. Sente di dover star lì, perchè quello è il suo mondo, quella è sempre stata da anni la sua vita; neanche vuol mettere fuori il naso dalla città, gli basta arrivare alla periferia con la moglie, ogni tanto, già con sofferenza; di andare al bar neanche a parlarne, la gente anziana che lo frequenta per lui butta via il tempo, così come neanche va ai giardini o lungo mare: lui si sente ancora attivo e si realizza mantenendo i legami del lavoro. in fondo è quasi un piacere che fa ai clienti, perché un altro artigiano che si preoccupa dei loro orologi, oggi che tutto si cambia, tutto si butta, non lo trovano, lui riesce a ridar vita ad orologi persi, ritrovando dai fornitori e nel suo "magazzino d'archivio" i pezzi occorrenti. E' diventato anche un amico, per l'onestà dei prezzi, per l'affabilità e umanità che rivela, inoltrando messaggi di vita sulla politica, sull'economia e soprattutto sull'essere: un vecchio saggio si direbbe che, nel mondo frenetico e provvisorio fatto di ansia e di angosce nascoste, fa piacere incontrare, sapere di averlo lì, in contro tendenza, fra il traffico continuo e mugghiante. Ripaga ciascuno di questa considerazione, di questa sottile stima e affetto, rimanendo al suo posto, in quel minimo spazio, con il cane, la televisione, la sdraio e la sua occupazione, quasi che sia lì rinchiuso, carcerato, a chiunque dicendo: "dove sto meglio che qui!"

 

15 ottobre 2009

 

 

 

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Il cappello

 

pubblicato sull'antologia POETI E NOVELLIERI CONTEMPORANEI Edizione 2010

 

 

 

 

 

Golden Press - ottobre 2010
www.goldenpress.it
info@goldenpress.it

Via Polleri 3 - 16125 Genova

 

 

 

Pensiero critico di Alessandro Mancuso

Due prose divertenti e interessanti, quelle presentate da Piero Simoni nella presente antologia. qualcosa a metà tra il racconto a margine e il trattatello gustoso. L'immagine poetica e fulgida di un antico orologiaio che sfida i tempi odierni, apparentemente così avversi alla sua professione, e una lunga disamina ragionata sui cappelli, indumenti più o meno ornamentali, tanto da mettere a diretto contatto la vista immediata con la complessa personalità di chi vi sta sotto. La scelta non è facile e soprattutto non è mai scontata. Se al cappello corrisponde l'individuo, poi, c'è anche spazio per un finale di prosa enigmatico e profondo...

 

 

 

Il cappello

 

In uscita bisognava mettersi il cappello da marinaretti, visto che quella era la nostra divisa, la divisa del collegio. Io bimbo, come molti altri, non lo gradivo molto, ritenendo che sciupasse i capelli, come avevo sentito dire; allora il nostro era tutto un cinguettare, le prime manifestazioni di esibizione. In quei primi anni sessanta, si dava dentro di brillantina, rimanendo i capelli appiccicati e certo, il cappello avrebbe lasciato il segno, un rigo, una incavatura non molto gradevole alla vista.

Con gli anni giovanili non ho più avuto occasione di portare cappelli, anzi, per la stessa ragione del disturbo che arrecava, proprio non li portavo mai. Né nel mondo industriale gradivo quei berrettini azzurri con la visiera che, per ragione di necessità, ho dovuto portare. Giovane guardavo sempre gli altri, spesso con giudizio critico, ritenendo di non fare come questo o quello, piuttosto ridicoli, di non vestirmi in quel modo, soprattutto di non portare questo o quel cappello. Brutti, per me, i cappelli a visiera, piuttosto pronunciata, che stavano bene ai figlioli, ai piccoli, gli stessi erano decisamente infantili per i più grandi; né andava bene il "cicìo", anche se per il freddo l'ideale. Sorridere mi facevano anche i cappelli di una volta, a falde larghe tutto intorno alla calotta, ritenendo che uno, molto spesso di una certa età, intendesse nascondere la calvizie, dando poi improvvisamente a vedere il "misfatto". Dopo ho capito, con gli anni, che le cose non stavano proprio così: un calvo porta il cappello per ripararsi dal freddo o dal sole l'estate, non certo per nascondere quello che è. I cappelli, da che mondo è mondo, hanno sempre identificato le persone, specialmente coloro che appartengono ad una istituzione: un vigile ad esempio, si identifica ed ha  una autorità se ha il cappello; senza, vi parla, ma perde molto della sua capacità di convincimento. Lo stesso un cuoco, volete mettere di andare in un ristorante e vedere il cuoco con il classico cappello alto, bianco, a mo' di grande fungo, è tutta un'altra cosa, tutta un'altra suggestione. Anche il chirurgo, per motivi igienici verso il malato, in sala operatoria, si mette una specie di bandana sulla testa, del colore tipico dell'ospedale, riconoscendosi all'istante, con il suo vestiario che fa da completamento. Ognuno che svolge un ruolo ha il suo cappello. Nelle parate militari tutti hanno il cappello, diversificandosi da reparto e zona; fra tanti, ve lo immaginate, se uno non lo portasse, sarebbe una stonatura, sarebbe il signor nessuno! Anche i piloti di auto hanno il loro cappello che nell'esercizio della funzione è il casco; senza è come se uno si fosse dimenticato di qualcosa o, peggio, avesse avuto un incidente e gli fosse volato via. Senza il casco, senza il cappello, ciascuno perde molto della sua identità, della sua appartenenza. Anche le persone comuni scelgono di mettersi in capo quello che gli pare; oggi con minore interesse e attenzione rispetto all'uso  che se ne faceva ad esempio nel dopoguerra, dove questo faceva tutt'uno con il vestito, costituendo lo stesso cappello un elemento di classificazione sociale: tanto più si era ricchi, tanto più si apparteneva ad una famiglia benestante, tanto più il cappello era sontuoso, prezioso. Le stesse donne davano molto risalto al cappello, liberando la loro fantasia, per meglio dare sfoggio della loro bellezza. Oggi questo accade molto meno, in epoca di consumismo globale, le donne lavorano più sull'acconciatura dei capelli che, comunque, si è molto semplificata rispetto a prima, obbedendo ad un tenore di vita molto più celere, dove è necessario avere una capigliatura pronta per ogni occasione.

Anche i preti prima li vedevi con il loro caratteristico cappello, oggi addirittura, spesso, vestiti in borghese. Lo stesso Papa, quando non è officiante, porta la papalina bianca, senza non sarebbe possibile. I cardinali, con i loro cappelli, si distinguono dagli altri preti per una diversa autorità religiosa.

Le persone comuni, si diceva, portano cappelli vari, piuttosto conformi, anche un semplice fazzoletto le donne, almeno una volta; ora no, con la messa in piega o una pettinatura libera, lasciano le teste esposte. Difficilmente si vede un cappello originale, fuori dalla norma, qualcosa che sia una scelta individuale, magari "rottura" può essere anche quella di portare un cappello di consumo sì, ma di altra epoca, facendo un po' sorridere certo, ma soddisfacendo il gusto individuale. Negli anni ho portato comunque vari cappelli, soprattutto per necessità, ricorrendo molto spesso, per il freddo, al "cicìo". L'estate di più mi piaceva portare il cappello di paglia, almeno in campagna, lontano da occhi indiscreti, vicino al mondo contadino che amo, in contrapposizione alla frenesia dei tempi della città. Il cappello di paglia, così arieggiato per la composizione della sua trama, con le falde larghe che mi proteggevano gli occhi dal sole, ed anche il naso, nel quale, a detta del medico, per la conformazione della pelle, è meglio che non prenda il sole.

Non ho mai potuto avere un cappello che fosse di mio gradimento, fintanto che ero coinvolto nel mondo del lavoro industriale, così quando mi sono ritrovato in pensione, complice anche una calvizie, da pochi anni sopraggiunta, mi sono deciso di comprarmi, finalmente, un cappello che avesse un disegno che a me andava bene: ho comprato così il cappello "all'antica", alla contadina della domenica. Fuori dal gusto dei più, lontano dai modi giovanili, ma io non sono più giovane, decisamente diverso e personale.

Sono contento di avere questo cappello, che risponde di più al personaggio che in pubblico vorrei essere: esso mi dà infatti una certa aria, costruisce una figura, che negli altri io accetto. Mi nasconde un po', mi camuffa, unito alla barba propria mi fa essere un altro da quello che, a nudo, sono nelle mura di casa. Copre la calvizie, ma è la cosa che mi interessa meno, di più è il personaggio che vado ad essere, quello che da giovane, guardando le foto di altri, mi piaceva emulare; mi protegge dall'eventuale sole, che nella testa nuda non fa bene, determinando nel lungo tempo, se uno ha la ventura di vivere, delle "patacche" piuttosto sgradevoli e fastidiose sulla testa. Mi protegge il naso come ho detto; mi scalda nell'inverno con la sua stoffa , che non posso farne a meno, ora che ho una certa età. Mi sono talmente inquadrato nel personaggio, che, quando esco, non posso fare a meno di "calzare" la mia divisa: un giaccone ricco di tasche, occorrenti per le chiavi, il portafogli, gli occhiali, un foglio e la matita che mi porto sempre dietro per un eventuale appunto, un libretto di compagnia per quando devo stare in attesa all'ufficio postale, alla banca o chissà dove; la sciarpa in inverno per la cervicale e l'immancabile caldo abbraccio che senti intorno al collo e sulle spalle; in fine il cappello scuro  falde larghe che incassato un po' sulla testa, di più mi nasconde agli altri, facendo vedere di me, quell'altro. Talvolta sono io che mi infilo sotto il cappello e mi lascio portare dove vuole, riuscendo a stento a stargli dietro, ma inzuccando bene la testa per non perderlo. Il vento certo vorrebbe giocarmi un brutto scherzo, farmelo volare via, ma una mano è sempre disponibile a tenerlo fermo, specie dopo quella volta, quando lo avevo appena comprato, di marca al mercatino, che, svoltato l'angolo di una strada, mi è volato in terra e l'ho visto così da me distaccato, sospinto di qualche metro, indifeso e vulnerabile sull'asfalto del marciapiede: una parte di me. A giorni lo vedo uscire da solo, fra i caseggiati delle strade che periodicamente, per adempienze familiari, percorro; galleggiare nell'aria con nessuno sotto e la gente incuriosita a voltarsi, i bimbi a sorridere, di strada in strada come fosse uno strano volatile aggirantesi: nessuno che veda l'uomo, pure invisibile, in carne ed ossa nascosto!

 

2 novembre 2009

 

 

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Le parole non servono

 

 

Il dottor Mario Viccinelli aveva intrapreso la carriera di suo padre che era insegnante di lettere, così anche lui, dopo la laurea, si era dedicato all’insegnamento. Professione onorevole non c’è che dire, Mario la interpretava con convinzione, come se gli venisse da dentro. Si era specializzato in linguistica, aveva letto moltissimo arrivando ad avere una cultura vasta e al tempo stesso raffinata: la parola come comunicazione, la parola per meglio scandagliare l’animo umano. La sua unità di misura era un libro di letteratura, guardava tutto con queste lenti e gli pareva di aver fatto la scelta migliore, di essere nel giusto. A quarant’anni aveva avuto qualche tentennamento, non era più fortemente convinto che l’uomo avesse assoluto bisogno della cultura scolastica, del saper parlare. Lui che sapeva di oratoria, capace di disquisire su tutto, riuscendo di ogni cosa a farne un teorema, aveva scorto nelle persone più umili, senza quasi la scuola se non quella dell’obbligo, una maggiore comunicativa, una capacità di arrivare al centro del tema: con lo sguardo, la mimica, il silenzio. Gli apparivano, queste persone che nella vita aveva incontrato, più autentiche, a differenza di sé che si sentiva fatto di parole, rendendosi conto di lasciarsi fuorviare, di fronte ad un evento, dalla sua stessa eloquenza, la quale costituiva un ingombro, una nube che frapponendosi e avvolgendo la realtà gli rendeva difficile se non impossibile percepire la stessa nel profondo. Negli ultimi tempi aveva notato che su alcuni argomenti, con sua moglie, c’era più intesa quando spendeva meno parole, risultando più diretto: fosse stato un diverbio, la natura e il tempo avrebbero dato modo di chiarire le cose, di appianarle. Si stava convincendo, se già non era convinto, che le parole non dicono tutto, dando solo un’idea di qualcosa, che è tanto più chiara la realtà perché le cose parlano da sole, basta saperle ascoltare, così come le persone che ora Mario ascoltava o soltanto guardava, stando a loro vicino, a differenza di prima che le sommergeva con l’esposizione del suo pensiero. "Il silenzio è d’oro", citava un proverbio. Il silenzio non acconsente, pensava, ma scardina, urla come gli stessi eventi, e allora la sua cultura, il suo sapere, quello scioglilingua letterario, quell’esercizio da saltimbanco della parola, gli serviva oggi per capire, finalmente, che: le parole non servono.

 

piero simoni

15/8/1999

 

 

 

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Il caffé

 


Ho già detto Carlo che non mi va di uscire, sai che non sopporto il traffico, il rumore, neanche dovermi guardare a destra e manca per attraversare, col pericolo di essere schiacciati, né mi va di andare fuori con la macchina a incolonnarmi per ogni strada, a star nell’abitacolo rinchiusi per lungo tempo; forse soffro di claustrofobia, mi dà noia anche l’ammassamento di gente, di automobili, di negozi, questo correre sfrenato per far ciascuno le stesse cose: la spesa nei grandi magazzini, a pagar le bollette in scadenza come l’Ici, in fila anche per la benzina, a guardar la sera la stessa televisione, con i programmi e la pubblicità che cercano di convincerti di niente… 
Come sei pessimista Antonio, della vita bisogna saper cogliere anche gli aspetti positivi, pensa oggi come si potrebbe fare senza il computer che ti apre una finestra sul mondo, dandoti la possibilità di comunicare con chiunque; o il cellulare, ora munito anche di video: ti trovano in ogni parte, hai la possibilità di parlare in qualsiasi momento, da qualsiasi posto, è anche una garanzia di sicurezza. Con l’automobile vai in ogni luogo, te con la tua famiglia, portandoti i bagagli, il cane, ogni ben di Dio, a qualsiasi orario, senza attese come avresti dovuto fare con il treno o la corriera. 
No Carlo, lascia stare, tanto sai che rimango convinto delle mie idee, al più visto che sei un amico posso scendere per un caffé, questo lo posso fare, una breve sortita. Va bene, vada per il caffé; a proposito Antonio, sai di quel bar dove fanno poesia, dove recitano, discutono di poesia? 
Come poesia, insieme ai vapori del caffé ti danno una strofa poetica?!
No, a fianco del bar c’è una stanzetta, un vecchio e storico caffé, credo che si chiami dell’Ussero, animato da una poetessa che da vita ad incontri in cui presenta questo e quel poeta, una cosa gradevole si dice, un po’ nuova e suggestiva. 
Nuova non direi, da sempre si parla di poesia, oggi piuttosto sembra improbabile che alla gente interessi, visto che le attenzioni sono rivolte più alla risoluzione dei problemi spiccioli quotidiani e, quel che si rimanda alla cultura, non è altro che una rivista di costume e ciò che propina la televisione: francamente un po’ poco. Ma la cosa mi incuriosisce, perché tutto lascia presupporre che l’uomo possa fare a meno della poesia, e le cose, proprio per questo non vanno bene, la gente è senza ideali e bada soltanto ai problemi della sopravvivenza, alle apparenze, alle cose futili, rimanendo scontenta, in forte disagio di identità, in un atteggiamento diffuso di stanchezza e di sopportazione. Non crede, la gente, alla politica, non crede alla storia, neanche alla religione, vi è la sensazione che ciascuno parli per interesse, per la propria casta; perfino la gioventù viene sacrificata, relegata a massa consumistica senza offrirgli ideali, opportunità di lavoro, chiamata quando più fa comodo; e loro, i giovani,assenti, distaccati, infischiandosene di tutto, a vivere nel loro mondo . E’ qui che entra in gioco la poesia: essa è una delle poche voci autentiche dell’uomo, uno sguardo all’interno di sé e dell’umanità intera, disinteressato, senza padroni a cui dover obbedire, per il bisogno alla vita che l’uomo sente, come istinto direi di sopravvivenza, la voce ultima, che può costituire l’ancora di salvezza, l’elemento di contrasto alla società speculativa in degrado, anche ad una cultura letteraria e artistica soltanto di consumo: la poesia è la voce dell’anima, quell’anima ancora intatta, che per bontà di qualcuno, i poeti, quando vien aggredita sa spiccare il volo. Trovo che questo discorso del caffé, questo angolo nel quale si parla di poesia, sia lodevole, meritevole d’attenzione, un bell’esempio di portare, in un centro caotico e affollato, per quanto caratteristico, dove la gente passa e pensa a tutto intorno a sé, ma non dentro di sé, di portare dicevo la voce interiore, la voce della riflessione: il grido sussurrato della vita vera. Ho capito Antonio, ora andiamo a prenderci questo benedetto caffé, altrimenti va a finire che non scendi più!

piero simoni
28/6/2009

 

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